Si è svolto a Bologna, il 27 e 28 gennaio di quest’anno, il Convegno organizzato dalla rivista “Le Regioni”, con il patrocinio della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, dal titolo: “Dieci anni dopo. Più o meno autonomia regionale?”.
In occasione del “compleanno” della riforma del titolo V della Carta fondamentale, in un momento particolarmente delicato per le future connotazioni della nostra forma di Stato (specie se si considerano le proposte di federalismo oggetto di discussione in Parlamento), alcuni studiosi del diritto regionale si sono riuniti per fare il punto sulle novità apportate dalla riforma al nostro modello di regionalismo, interrogandosi, in particolare, sul maggiore o minore grado di autonomia da cui oggi le Regioni risulterebbero caratterizzate rispetto al periodo pre-riforma.
Un convegno, quello bolognese, all’insegna della partecipazione di giovani studiosi, con il coordinamento di alcuni fra i principali esponenti del costituzionalismo italiano.
Nella prima giornata, le materie statali e regionali, nei loro ambiti, tipi e relazioni, sono state oggetto di approfondimento dei lavori della prima sessione, presieduta da Augusto Barbera e seguita dalla discussione di Roberto Bin e Paolo Giangaspero. Il primo intervento è stato realizzato da Filippo Benelli, la cui relazione si è svolta lungo due distinte ma connesse direttrici d’indagine: il criterio di distribuzione delle competenze Stato-Regioni “per materia” e il raggio d’azione della potestà esclusiva dello Stato. La competenza concorrente e la competenza residuale sono state al centro delle riflessioni condotte, rispettivamente, da Fabio Corvaja e Stefania Parisi. Infine, Carlo Padula ha esaminato l’aspetto della normazione secondaria nel diritto regionale.
Nei lavori della seconda sessione, presieduta da Sergio Bartole e conclusasi con la discussione di Francesco Merloni e Lorenza Violini, l’attenzione è stata rivolta all’autonomia finanziaria, il principio di sussidiarietà e gli strumenti della leale collaborazione. Il primo aspetto è stato affrontato nella relazione di Dario Immordino mentre la chiamata in sussidiarietà e gli strumenti di raccordo sono stati al centro dell’analisi di Cesare Mainardis. I poteri statali di garanzia e decisione ultima, commissariamenti e centralizzazione delle decisioni sono stati esaminati da Michele Belletti; di poi, è toccato a Ilenia Ruggiu riferire sul sistema delle conferenze e il ruolo istituzionale delle Regioni nelle decisioni statali.
Il secondo giorno, la terza sessione è stata animata dalla discussione avente ad oggetto il bilancio e le prospettive del diritto regionale prima e dopo la riforma. Dopo l’introduzione di Giandomenico Falcon, gli interventi di Augusto Barbera, Sergio Bartole, Franco Bassanini, Marco Cammelli, Paolo Caretti, Antonello D’Atena, Valerio Onida, Giorgio Pastori, Franco Pizzetti, Michele Scudiero e Luciano Vandelli, nonché la conclusione di Ugo De Siervo, hanno interessato i singoli aspetti dell’universo giuridico regionale, dando vita a un quadro composito di idee ed esperienze variegate.
In conclusione, si può dire che il dibattito scientifico sia approdato, in alcuni tratti, a esiti di segno opposto circa l’interrogativo principale che ha dato il titolo al convegno, in un bilancio delle conseguenze della riforma che ha visto sostenitori dell’esistenza, nel momento presente, di un centralismo definito da taluni “imbarazzante” e, dall’altra parte, di un raggiunto livello di autonomia unico nella giovane esperienza del modello regionale italiano.
Alessia Fusco
(Dottoranda di ricerca in “Studi costituzionalistici italiani, europei e transnazionali” – Università di Genova)
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