In occasione delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, lo scorso martedì 15 marzo, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, si è svolto un seminario sui “150 anni di unità d’Italia. Unificazione politica ed unificazione giuridica“. All’iniziativa hanno partecipato diversi docenti dell’Ateneo catanzarese, affrontando il tema dell’unità dai rispettivi punti di vista. La Redazione è onorata di pubblicare, per gentile concessione dell’Autore, l’intervento introduttivo del Prof. Luigi Ventura.
È merito del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, garante dell’unità nazionale – cioè di un valore tradotto in principio costituzionale, che diviene un principio supremo – se nel nostro Paese è stato apprestato un minimo di festeggiamento in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Ed è a lui che dobbiamo un ringraziamento.
Al di là di ogni revisionismo e degli stessi pericoli che corre l’unità nazionale come principio, bisogna riflettere sul punto che, dopo il Trattato di Westfalia, nascono gli Stati nazionali, per lo più monarchie nazionali, e che quindi i processi unitari in gran parte dell’Europa sono così compiuti, mentre ciò non avviene in Italia.
Pertanto, ragionando a grandi linee, mentre tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, la borghesia, classe che diviene via via dominante, limita, fino ad annullarli, i poteri del monarca sovrano, in Italia ciò non avviene. E la borghesia intelligente, a metà del’800, in Inghilterra, fonderà istituti di protezione sociale modernissimi per l’epoca, dando l’abbrivio a ciò che sarà lo Stato sociale, vale a dire il moderno Stato di diritto, impiantato proprio lì da governi e politiche conservatrici.
Tutti i processi, in questo senso, sono guidati da élites, mentre le masse di sudditi o di cittadini sono carne da cannone. Infatti, i processi che portano alla nascita dello Stato di diritto sono per lo più sanguinosi, come lo erano state, prima del Trattato di Westfalia, le guerre di religione, vere e proprie lotte di classe.
Non c’è da stupirsi, quindi, che, qualche secolo dopo, il processo di unificazione dell’Italia è patrimonio di un’élite per lo più borghese. Di fronte, oltretutto, ad una frammentazione nei famosi staterelli, che abbiamo imparato esserci dai libri di storia, retti da monarchie assolute.
Il processo di unificazione, che va di pari passo col processo di costituzionalizzazione, è in Italia del tutto peculiare. In realtà, l’ingresso delle masse popolari avrà luogo con la Prima Guerra Mondiale, con l’avvento dei grandi partiti di massa e con l’introduzione del suffragio universale maschile, avvenuta nel 1912. E tutto ciò si potenzierà con la partecipazione del popolo alla Prima guerra mondiale e, in seguito a quell’evento, proprio con la presa di coscienza dello sfruttamento, della subalternità e della povertà, che porterà alla reazione sempre della borghesia, in primo luogo, e che vedrà il sorgere del fascismo che cancellerà ogni afflato di pluralismo, ogni libertà e formerà un vero e proprio Stato centralistico. E la stessa resistenza contro i nazifascisti sarà effettuata, soprattutto al Nord, da un’élite di combattenti.
Ma per tornare all’unificazione, non già all’unità, non vi è dubbio che questo processo può essere da molti definito come frutto di una guerra, più o meno guerreggiata, di annessione, con dei plebisciti che, rispetto alle istituzioni di una democrazia matura, sono poco più di una finzione e con l’estensione dello Statuto albertino – concesso da Carlo Alberto al Regno di Sardegna nel 1848, sotto la pressione della borghesia e degli eventi – a tutta l’Italia conquistata. Una costituzione già antica per quei tempi, scritta in 20 giorni dai Ministri di sua maestà il Re, su cui, non potendo andare nei dettagli, dirò che essendo costituzione flessibile e corta, non ha opposto ai suoi stravolgimenti, fino alla sua eclisse, nemmeno l’argine di una procedura aggravata.
Tuttavia noi italiani, che non abbiamo avuto né la riforma protestante, né la controriforma, né un vera rivoluzione borghese e nemmeno la restaurazione, abbiamo solo questo evento, fortunatamente unificativo dei nostri territori. Probabilmente non l’unificazione immediata delle strutture istituzionali e nemmeno l’unificazione economica, visto che c’è un fondo di verità concreta in chi dice che lo Stato borbonico e la monarchia borbonica, economicamente e culturalmente, era una delle monarchie più importanti, tanto che è pur vero che Napoli era una delle capitali europee del tempo.
E mi vien da dire che l’unificazione dell’Italia comincia con episodi oscuri, forse come continuerà a verificarsi persino nell’Italia repubblicana, poiché c’è ancora un mistero nella morte di Ippolito Nievo per l’affondamento della nave Ercole mentre lo scrittore, già intendente di Garibaldi in Sicilia – in sostanza tesoriere – andava a spiegare a Torino le vere condizioni che lo avevano sottoposto a critiche dei liberali di Cavour, che, anche sui giornali, parlavano di corruzione e malversazioni. Della nave Ercoli non fu trovata, né allora né successivamente, traccia.
Il vero processo unitario, che a mio giudizio non è ancora compiuto e che anzi corre evidenti pericoli, si ha allorquando un popolo, attraverso la decisione sul referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente a suffragio universale maschile e, per la prima volta anche femminile, prende la decisione fondamentale per sancire la propria unità politica e l’assemblea costituente, con grande spirito unitario, pur nel periodo di lotte politiche molto aspre, dal ’47 in poi, con la fine del governo di unità nazionale, redige e vota una costituzione ancora oggi tra le più moderne del mondo, in cui traduce in principi costituzionali indefettibili, i valori propri delle tre grandi culture presenti – liberale, cattolica e marxista – attuando non già un compromesso, ma una mirabile sintesi delle tre ideologie. Per un Paese che andava alla ricostruzione dopo le macerie della guerra, che erano macerie morali oltre che fisiche in senso stretto.
Ora, al di là della ricostruzione, ci sono stati pochi momenti di vera unità politica, che io riconduco alla lotta condotta contro il terrorismo. Mentre la storia d’Italia dalla strage di Portella della Ginestra in poi, sarà connotata da fenomeni simili e sempre più sanguinosi, fino ai nostri giorni.
Una Costituzione che prevede come principi cardini le tre forme di democrazia – rappresentativa, pluralista e diretta –, che non si presta a manipolazioni, a letture parziali e a fraintendimenti; il principio di solidarietà politica, economica e sociale; il principio di eguaglianza formale, retaggio della tradizione liberale, e quello di eguaglianza sostanziale, norma cardine, fondamentale dello Stato sociale – poi sviluppato negli articoli 41 e ss. – che oggi è in crisi, quasi che fosse solo colpa dell’appartenenza all’Unione Europea – la quale prevede, peraltro, il principio di coesione sociale – e del c.d. fenomeno della globalizzazione; il principio di tutela delle minoranze e dei ceti deboli; il principio lavorista e il diritto al lavoro come strumento di partecipazione democratica; il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, che si articola in un sistema, sulla carta avanzato, di autonomia, mentre da 15 anni si parla invano di federalismo – un totem, mentre non esiste in natura un federalismo per scissione, come dimostra l’unico esempio che i costituzionalisti traggono a supporto dal Belgio, che difatti è sull’orlo di una guerra civile; il principio del ripudio della guerra; il principio di eguale libertà religiosa di tutti; e se il tempo non fosse tiranno potrei continuare a lungo.
L’unità non corre pericoli per sortite secessioniste accompagnate da volgarità e da reati, in seguito espunti dal codice penale, ma proprio dall’essere un po’ tutti corifei di questo fantomatico federalismo che in realtà implica semmai forme di autonomia. Ma la Costituzione corre pericoli gravi perché è soggetta da circa 20 anni al messaggio, lanciato ai cittadini – i quali, peraltro, non la conoscono – che essa vada riformata, senza che si affrontino i problemi insolubili del paradosso della decisione fondamentale e di quello del riformatore riformato, oltre ad una serie di attacchi, quasi quotidiani e beceri, non solo sui principi, ma anche sulla parte organizzativa, la quale può, sì, essere riformata, ma si deve tenere conto che essa rappresenta le gambe su cui si reggono e camminano gli stessi principi costituzionali. Senza dire che la lettura monca dell’art. 1 della Costituzione non tiene conto che le regole formali e quelle istituzionali sono proprio le forme e limiti in cui il potere sovrano del popolo deve essere esercitato. Il che non consente, detto per inciso, alcuna forma di autoritarismo, di cesarismo o di bonapartismo.
Ecco, per finire, il mio giudizio è che l’Italia avrebbe bisogno di una democrazia concreta, meno sguaiata, priva di invettive, priva di conflitti di interessi, che sono un pericolo ancora più forte per gli stessi istituti democratici; avrebbe bisogno di legalità e di lotta effettiva alla corruzione, che solo i giudici possono condurre, a questo punto; avrebbe bisogno di giustizia sociale, perché l’ingiustizia travolge persino i vecchi schemi della società dei due terzi. Avrebbe, in una parola, bisogno di ragionevolezza, che non è una merce che si compra né in farmacia, né nei grandi magazzini. Invece c’è l’eclisse della responsabilità politica e la totale mancanza di etica repubblicana.
L’unità, come la democrazia, dovrebbe essere conquistata giorno per giorno. Ecco perché credo che, fatta l’unificazione, ancora l’unità non è affatto compiuta. Ma in democrazia tutto si può fare meno che imporre al popolo di essere democratico.
Luigi Ventura
(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)



