In occasione delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia, abbiamo intervistato il Prof. Luigi Ventura, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, su alcuni temi centrali e di grande attualità, come la questione del livello di attuazione dell’unità nella Costituzione e le prospettive di riforma del sistema delle autonomie.
Professore, in che cosa si traduce oggi il valore dell’unità nazionale e in che misura può dirsi realizzato nel nostro Paese?
Oggi l’unità nazionale si esaurisce nella semplice presa d’atto dell’avvenuta unificazione del Paese. Non c’è dubbio, infatti, che il principio supremo di unità ed indivisibilità della Repubblica sia fortemente in crisi, perché è da tempo – a datare diciamo dalla fine del sistema politico precedente, ovvero da quella che si usa definire “Prima Repubblica” – che non c’è un minimo di condivisione dei valori costituzionali, cioè di quei valori emersi dall’Assemblea costituente e tradotti in principi costituzionali. Quando si mette in discussione la Costituzione, magari facendosi velo della modifica della sua seconda parte, non si tiene conto che le forme istituzionali del governo e dello Stato sono le gambe a mezzo delle quali vivono e progrediscono, o meglio dovrebbero vivere e progredire, i valori costituzionali, a cominciare dal principio democratico. E, tuttavia, è oggi la stessa simbolica unità che viene messa in discussione, tanto che solo la costanza del Presidente della Repubblica fa sì che in questi giorni si possa in qualche modo festeggiare l’unità, mentre si continua a discutere dell’esposizione, per esempio al Nord, della bandiera italiana, che essendo adottata in quella forma dall’art 12 della Costituzione, deve essere considerata anch’essa un principio supremo.
Viviamo, d’altro canto, in una società sempre più complessa, che attraversa un faticoso processo di trasformazione in senso multiculturale. Come si può realizzare l’unità in un contesto del genere?
Come l’hanno realizzata molti paesi che si definiscono multiculturali. Già la nostra Costituzione garantisce il pluralismo economico-sociale e la tutela delle minoranze. Il problema è la classe politica che, anziché guidare la trasformazione, sfrutta le pulsioni più basse e meno solidaristiche (altro principio costituzionale) che ogni popolo può avere. La classe politica deve recuperare l’idem sentire de re publica e condurre la trasformazione. Altri paesi hanno popoli e nazioni che tendono alla trasformazione, ma questi non fanno parte del governo, come, ad esempio, i Baschi spagnoli e i Provisional irlandesi in Gran Bretagna. E questo è un dato, non una valutazione.
Qual è il suo giudizio complessivo sul sistema delle autonomie nell’esperienza repubblicana fin qui maturata?
Il sistema delle autonomie comincia a funzionare all’inizio degli anni ‘70 ed il suo cattivo funzionamento non dipende certo dalla Costituzione, ma dalle decisioni politiche che ne hanno ritardato l’entrata in vigore. Occorre ricordare, tuttavia, che quello dell’autonomia è pur sempre un valore per ottenere il quale altri popoli hanno versato e continuano a versare il proprio e l’altrui sangue. Il problema è che oggi si fa molta confusione con i termini. Quando sento parlare di federalismo, ad esempio, mi pare che spesso si ci riferisca soltanto ad una migliore attuazione dell’autonomia normativa, politica, finanziaria e del decentramento di cui all’art. 5 della Costituzione. Non bisogna farsi fuorviare. Il federalismo è divenuto una bandiera per certe forze politiche e un semplice motivo di propaganda per altre. Sembra che oggi termini come autonomia e regionalismo non possano essere più utilizzati, tanto che il Presidente Ciampi fu attaccato dalla Lega perché parlò di “regionalismo cooperativo”.
Passiamo al tema delle riforme. Secondo lei è possibile un processo di federalizzazione di un ordinamento unitario (e, peraltro, storicamente connotato da accentuate tendenze centralistiche) come quello italiano?
Non bisogna confondere, innanzitutto, il centralismo con l’esistenza di uno Stato centrale come quello riscontrabile nell’ordinamento federale degli Stati Uniti d’America. Fenomeni di centralismo vanno sicuramente combattuti e rimossi perché bisogna lasciare allo Stato solo i connotati, le funzioni e le competenze relative alla sua sovranità. Esso, infatti, è l’unico ente sovrano. Amo dire, poi, da molto tempo che in natura non esiste un federalismo per scissione. Gli Stati federali si sono formati per aggregazione di Stati a loro volta sovrani che cedevano quote di sovranità. L’esempio che oggi taluni costituzionalisti portano a supporto della politica è il Belgio, che proprio per essere contro natura non è governato da moltissimi anni, non riesce ad esprimere una classe dirigente unitaria ed è sull’orlo di una guerra civile. E, tuttavia, in Belgio esistono due popoli diversi, fiamminghi e valloni, che parlano lingue diverse. Non mi pare che questo sia il caso del nostro Paese. Ma aggiungo anche che un processo di forte valorizzazione dell’autonomia, che potremmo chiamare di federalismo, secondo i gusti, può essere introdotto e implementato solo a condizione che si recuperi il valore dell’unità. Tutti questi argomenti non sono in realtà condivisi da molti costituzionalisti, il che non mi induce comunque a cambiare idea.
Andrea Lollo
Alessandro Morelli
Valentina Pupo



