Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Antonio D’Atena, Ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata” e docente di Diritto regionale nella Facoltà di Giurisprudenza della LUISS di Roma.
Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?
La cultura dell’autonomia non può essere affermata per decreto. Può nascere solo da un processo “culturale”, che nel nostro Paese è lungi dall’essere compiuto. Questo si rileva – ad esempio – con riferimento ad un’autonomia non territoriale costituzionalmente garantita come l’autonomia universitaria, la quale deve fare i conti con un centralismo sempre risorgente. Quanto all’autonomia regionale, è da dire che le situazioni di crisi economica, come quella che stiamo vivendo, non sono un terreno propizio per farla prosperare. Anche negli ordinamenti federali, infatti, le crisi economiche attivano dinamiche (comprensibilmente) centralistiche. Penso, comunque, che proprio l’autonomia finanziaria possa favorire la responsabilizzazione delle dirigenze politiche regionali nei confronti dei loro elettori, avviando dinamiche “virtuose”. Sarebbe, ad ogni modo, necessaria un’informazione, soprattutto televisiva, non “gridata”, ma “ragionata”, la quale rendesse edotti i cittadini dei costi dell’inefficienza, attivandone, così, la vigilanza democratica.
Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?
Riterrei anzitutto raccomandabile coltivare la memoria storica: accostandosi ai classici del federalismo e del costituzionalismo, inoltre – quanto al regionalismo italiano – non considerando obsoleti i contributi elaborati prima della riforma (alcuni dei quali restano imprescindibili).
La riforma costituisce una grande opportunità scientifica. L’apertura del disegno costituzionale, la giurisprudenza creativa (quando non ortopedica) della Corte costituzionale ed il dinamismo delle prassi che si stanno sviluppando, danno, infatti, spazio alla creatività degli interpreti.
Per le ragioni di cui sopra non mi sentirei di privilegiare certi temi. Segnalerei, tuttavia, una dimensione ancora non molto esplorata: quella della comparazione interregionale, alla luce delle discipline ordinamentali adottate dalle singole Regioni.
Quanto al metodo, suggerirei di privilegiare la dimensione ricostruttiva a quella descrittiva. Molti contributi hanno un andamento piattamente cronologico, dando conto dello sviluppo degli eventi e del succedersi degli orientamenti giurisprudenziali, sul filo del rispettivo ordine temporale. E’ l’approccio più elementare (e meno produttivo). Lo sforzo da compiere è quello di sciogliere, anche alla luce dei “fatti” e della giurisprudenza, i nodi interpretativi, offrendo delle risposte (anche, se del caso, problematicamente aperte) a chi è chiamato ad applicare le norme. Questo metodo è, a mio avviso, raccomandabile anche se ci si colloca in una prospettiva “de iure condendo”, la quale rende pressoché imprescindibile il ricorso alla comparazione tra ordinamenti. Anche in questo caso, è preferibile alla descrizione separata delle singole esperienze, la considerazione delle tecniche giuridiche da esse impiegate (da porre a confronto, anche per valutarne il “rendimento”).
Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?
Per qualche indicazione ragionata mi permetto di rinviare alla nota bibliografica al primo capitolo del mio “Diritto regionale”, edito da Giappichelli nel 2010.
Alessandro Morelli
(Università “Magna Graecia” di Catanzaro)



