Nell’ambito del ciclo d’incontri con autorevoli giuristi sul tema del regionalismo, pubblichiamo, questa settimana, un’intervista al Prof. Enzo Balboni, Ordinario di Istituzioni di diritto pubblico e docente di Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del S. Cuore di Milano.
Professore, si può sostenere che la cultura dell’autonomia, e in particolare dell’autonomia regionale, si sia veramente affermata tra gli studiosi, tra i protagonisti della politica e nell’opinione pubblica del nostro Paese?
No, nella cultura profonda degli italiani non c’è amore per l’autonomia, che andrebbe sempre congiunta al senso di responsabilità, all’accountability, cioè all’esser pronti e disposti a “rendere conto” dell’esercizio di poteri. Non c’è a livello dell’opinione pubblica e neppure degli uomini politici. C’è, per quel poco che vale, nella testa e nei libri di molti studiosi, la cui incidenza sul punto è stata però nettamente minoritaria ed elitista.
Gli italiani sono uomini e donne di contrada e campanile, di valle e di pianura, e, forse, di “comune-città”, che è la vera e unica entità politica territoriale sentita e apprezzata: l’unica effettiva “comunità intermedia” tra il singolo cittadino (e la famiglia) e lo Stato: entità temuta (per le tasse e il servizio militare), blandita ed utilizzata a suo utile. Qui sta il fallimento nel profondo dell’istituzione regionale che è stata percepita come artificiale (al pari della Provincia) buona solo a far crescere una classe politica locale che, salvo rarissime eccezioni, non è mai stata in grado di dare al Paese una leva di statisti capaci di farsi valere sulla scena parlamentare e governativa nazionale.
Se ripercorriamo all’indietro e alla rinfusa l’elenco dei Presidenti del Consiglio dei ministri, da Berlusconi a Prodi, a Ciampi, D’Alema, Dini, Amato, Craxi, De Mita etc. non incontriamo mai un ex-presidente di Regione. Mi pare emblematico che personaggi di statura politica elevata come Formigoni ed Errani cumulino insieme sette mandati elettivi regionali e nessuna posizione nemmeno ministeriale, mentre Kohl, come anche Kiesinger e Schroeder, sono stati Presidenti pro tempore dei rispettivi Laender.
Su un diverso piano, tuttavia, va segnalato che il regionalismo – sotto le mentite spoglie di un federalismo che non c’è e soprattutto non ci sarà mai con istituti degni di quel nome assai impegnativo – è stato il veicolo per introdurre in Italia un tentativo, sia pur approssimativo, di riforma fiscale. Tremonti, per mettersi in competizione storica con Vanoni e Visentini, sta vestendo la sua riforma fiscale con i panni di un c.d. federalismo fiscale, dichiarato come anti-accentramento (“Dal centro alla periferia”) laddove di federale c’è veramente pochissimo. Ma senza la finzione condivisa di “andare verso il federalismo” neppure le riforme tributarie parziali oggi in itinere avrebbero potuto metter piede sul palcoscenico della politica.
Che consigli darebbe, quanto ai temi da approfondire e al metodo da adottare, a chi, oggi, volesse avvicinarsi allo studio del regionalismo in Italia, della sua teoria e delle sue applicazioni?
Sono tanti i temi che si possono consigliare ai giovani intellettualmente curiosi e desiderosi di approfondire. Anzitutto segnalo l’opportunità e la possibilità di studiare attentamente, oggi, le reali prassi legislative, amministrative e di governo delle regioni. Adesso che internet mette a disposizione molti più dati di quanti potessimo riuscire a conoscere ai nostri tempi, sarebbe bene riuscire a confortare le dichiarazioni di principio contenute nelle leggi (ed anche quelle declamate negli Statuti) con l’azione amministrativa vera e propria. In questi mesi mi sto impegnando con Massimo Carli nel tentativo di rispondere – all’interno di una ricerca ASTRID guidata da Luciano Vandelli – alla domanda: ma le Regioni che erano nate anche per cambiare, in meglio, i modi dell’amministrazione statale ci sono riuscite, almeno parzialmente, o non hanno invece copiato le mal-practices statali, aggravate dalla vicinanza ai problemi, agli interessi e alle lobbies? Perché non si è voluto tentare di dar vita a un “nuovo modo di amministrare”, più critico, consapevole e accountable? Ecco un tema: le Regioni (e anche i grandi Comuni) come fucina di innovazione. Altro tema: come potrebbero le Regioni mettersi alla testa di un sistema autonomistico regionale-locale che facesse fronte comune verso lo Stato. Qui potrebbero essere declinate tutte le materie dell’art. 117, terzo comma (e immaginate quelle residuali) da vedere nell’ottica di “come svolgere meglio” le funzioni “non statali”, approntando geometrie variabili nella ripartizione tra Regione ed Enti locali.
Ovviamente tutto va ormai studiato e spiegato in chiave comparatistica seria, il che richiede lavori difficili e sudati e non chiacchiere imparaticce sulla Barnett formula o sui derechos forales, che fanno fare bella figura nei convegni.
Nella letteratura italiana e internazionale su autonomia, regionalismo e concetti affini, quali sono i classici la cui lettura lei ritiene fondamentale per chi voglia avvicinarsi allo studio del regionalismo?
Ho avuto la fortuna di crescere in una scuola pubblicistica imbevuta di senso profondo, arrivo a dire, ideologico-partigiano, dell’autonomia. Il mio maestro Feliciano Benvenuti (penso alle perle di cui sono pieni gli Appunti di diritto amministrativo, poi rifusi nel Disegno), ma con lui Giorgio Berti, di cui segnalo quel testo fondamentale che è Art. 5, nel Commentario Branca, che non esito a definire lettura prima e imprescindibile per chi voglia respirare un’aria nuova. Ma dello stesso autore va segnalata un’operina singolare che già nel titolo segnala la propria originalità: Caratteri dell’amministrazione comunale e provinciale. Dovrei proseguire con Pototschnig, Allegretti e Pastori, che inseriscono con piena consapevolezza le autonomie territoriali (rigorosamente al plurale e con lettere minuscole) nel novero delle altre autonomie, funzionali e sociali, sapendo congiungere la trama dell’art. 5 Cost. con quella dell’art. 2 Cost., laddove il favor verso il pluralismo coinvolge e innerva le formazioni sociali.
Accanto a loro, sempre nella scuola dell’est, collocherei tra i maestri Paladin e Bartole, ai quali affianco i miei coetanei (o quasi…) Falcon, Tosi e Bin. È stupefacente che il Lombardo-Veneto, così potentemente e nobilmente autonomista sul piano del pensiero giuridico-politico, sia da oltre un ventennio il terreno di coltura del leghismo d’assalto. Saltando tranquillamente il centro-sud, che pure in diritto pubblico ha alti ma altri meriti, il maestro che segnalo per ultimo è il siciliano Temistocle Martines, che seppe collegare la spinta autonomistica, anche regionale, per di più in quella terra speciale che è la Sicilia, alla “questione meridionale”, nella speranza che le istituzioni regionali e locali potessero servire a milioni di uomini e donne per trovare nella loro terra la possibilità di condurre un’esistenza libera e dignitosa. È su questa via che trova il suo battesimo il diritto costituzionale regionale.
Michele Massa
(Università Cattolica di Milano)



