«La storia dei popoli, con le loro migrazioni, colonizzazioni e conquiste è una storia di appropriazione della terra (…) Tutte le appropriazioni di terra più note e famose della storia, tutte le grandi conquiste che si sono compiute con le guerre e le occupazioni, con le colonizzazioni, le migrazioni di popoli e le scoperte geografiche, confermano la precedenza fondamentale della appropriazione nei confronti della divisione e della produzione» [C. Schmitt, Appropriazione, produzione e divisione (1953), trad. it. in Id., Le categorie del ‘politico’, Bologna 1972, 300].
Questo passo di Carl Schmitt rimanda ad una atmosfera che negli ultimi decenni era apparsa ormai datata ed, anzi, definitivamente superata, ma nella quale, tuttavia, affondava le radici lo Stato moderno come ordinamento originario, sovrano, a base sociale e a radicamento territoriale. A dire il vero, nella dogmatica giuspubblicistica (e, dunque, nella manualistica) permane ancora oggi il richiamo definitorio ai c.d. elementi costitutivi dello Stato, ma il riferimento, già da qualche tempo, appare sempre più sfocato dinanzi all’evoluzione dell’ordinamento costituzionale contemporaneo, aperto all’integrazione sovranazionale e fondato su taluni principi che rimandano a valori tendenzialmente universali.
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