
Con la questione del “regionalismo differenziato”, nella foresta intricata dell’ordinamento regionale italiano ecco nuovamente aggirarsi lo spettro della revisione del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione. Approvata con la legge costituzionale n. 3 del 2001, senza particolare cura per il pregio tecnico, quella riforma era frutto della paura, del disinteresse per la previsione degli effetti, delle velleità di innovazione radicale del sistema.
Della paura: che l’Annibale secessionista fosse ormai alle porte, e che bisognasse contrastarlo immettendo nell’ordinamento “una qualche forma di federalismo”. Del disinteresse per la previsione degli effetti: le soluzioni normative erano scarsamente meditate e lasciate largamente indefinite in punti chiave, con un affidamento sull’attuazione con legge ordinaria che si poteva prevedere sarebbe stato deluso. Delle velleità: di mettere finalmente al centro del sistema dei poteri, in Italia, le Regioni, a oltre cinquant’anni dalla previsione costituzionale, e a oltre trenta dalla prima messa in opera e dal deludente processo che ne era seguito.
Conseguenze quasi fatali: eccesso di aspettative, mitopoiesi della trasformazione, dibattito politico-costituzionale condotto per iperboli. Tutte conseguenze permanenti.
Visualizza il documento integrale.



