
La proposta, poi smentita, di Letizia Moratti, Vicepresidente e Assessora al Welfare della Regione Lombardia, di adottare, tra i criteri del piano di distribuzione dei vaccini, anche quello del contributo delle Regioni al PIL, solleva una serie di problemi cruciali riguardo al ruolo delle autonomie nella definizione e nella gestione del piano vaccinale anti-Covid.
Un primo tema è proprio quello dei criteri e delle priorità da seguire nella somministrazione dei vaccini. Come ha scritto Michele Ainis, è «essenziale l’ordine con cui si procede»; poiché, infatti, gli ultimi a ricevere il vaccino «saranno i primi ad infettarsi, forse a morire», si pone «una questione etica e giuridica, che tuttavia rimane sotto un cono d’ombra. A chi tocca la prima dose? E la seconda? La terza? Chi decide la gerarchia dei reietti e dei salvati? Come, quando, con quali garanzie, quali controlli?». E ci si può chiedere ancora quali limiti si pongano a tali criteri. Spetta certamente alla politica decidere l’ordine delle priorità ma si tratta di una determinazione insindacabile, riguardo alla quale non è possibile fare riferimento ad alcun parametro di legittimità, compreso quel canone di ragionevolezza che secondo una sensibile dottrina dovrebbe governare l’esercizio di ogni pubblica funzione?
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