
Sono passati oltre trent’anni da quando Nicola Occhiocupo aveva rilanciato il progetto di una «Camera delle Regioni», con l’idea di «creare un rapporto stabile ed istituzionale tra Regione e Stato, da realizzare nel potere legislativo, attraverso la riforma […] del sistema bicamerale» e in particolare la trasformazione del Senato volta a far partecipare le Regioni «in modo non occasionale, frammentario, settoriale, alla soluzione dei grandi problemi che coinvolgono le rispettive comunità e la comunità nazionale nella sua totalità». Ciò era avvenuto in un momento in cui sembrava maggiore la consapevolezza da parte delle persone elette in Parlamento di un’evoluzione in tal senso; com’è noto, però, il disegno non fu attuato. Non andò in quella direzione neanche la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, operata con l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3, né le cose sarebbero cambiate in seguito.
Permane tuttora la necessità di rendere il Parlamento «sede di inclusione e di confronto tra i soggetti del pluralismo», inclusi gli enti territoriali, in particolare le Regioni e le Province autonome: ne è consapevole Maria Grazia Rodomonte, che nel 2020 ha pubblicato con Cedam-Wolters Kluwer (nella collana dei «Quaderni di Nomos») Il bicameralismo incompiuto. Democrazia e rappresentanza del pluralismo territoriale in Italia. Per l’Autrice resta ferma l’assoluta peculiarità e centralità del Parlamento come «sola sede della rappresentanza nazionale»; tuttavia la sovranità non si esaurisce di certo all’interno delle Camere stesse, ma permea «l’intera intelaiatura costituzionale», includendo pure «il riconoscimento e la garanzia delle autonomie territoriali», dunque sarebbe logico auspicare che tale idea di sovranità trovi sintesi in sede parlamentare, perché la «discussione sulle politiche» sia piena e più completa.
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