
1. Il carattere aperto, appannato e in più punti persino oscuro del modello costituzionale di autonomia e le cause che ne hanno determinato lo svilimento nell’esperienza
Non ci viene richiesto da chi ha assunto la lodevole iniziativa di riflettere sul futuro dell’autonomia regionale di tornare a ripensare al suo passato e al presente, assai noti anche se fatti oggetto di non sempre convergenti valutazioni; solo che non è possibile ragionare sul primo se non alla luce del trend fin qui complessivamente invalso e che – temo – potrà seguitare ad affermarsi con i medesimi caratteri anche per l’avvenire, salvo che – come si dirà – non siano adottate le opportune contromisure volte a sciogliere o, quanto meno, ad allentare i nodi che hanno fin qui stretto in una morsa soffocante l’autonomia stessa, non consentendole di affermarsi in conformità al modello per essa pensato dal Costituente.
Senza, dunque, qui soffermarsi sui tratti maggiormente marcati del degrado in cui versa l’autonomia, giova nondimeno accennare alle cause che se ne sono rese maggiormente responsabili. Va, però, preliminarmente avvertito che lo scarto tra modello ed esperienza appare essere particolarmente vistoso in relazione ad alcune ricostruzioni, per vero finemente argomentate, poste in essere già a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso da parte di una accreditata dottrina che, animata dal nobile proposito di dar modo all’autonomia di spiegarsi magis ut valeat, ne aveva tuttavia sovrastimato le capacità, anche per effetto di una lettura ideologicamente orientata del dettato costituzionale, volta a metterne in primo piano alcuni tratti ed a lasciarne in ombra altri, ugualmente in esso presenti.
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Foto di Steve Johnson.



