
Pur presentando aspetti peculiari che impongono una trattazione del tema, per così dire, necessariamente domestica, bisogna riconoscere che il dibattito italiano sul regionalismo differenziato ha rischiato in troppe occasioni di prendere una deriva solipsistica, dimenticando che il nostro non è che uno dei tanti paesi che si stanno confrontando o si sono confrontati con l’esigenza di riconoscere un certo grado di asimmetria all’interno del sistema.
Uno sguardo al panorama del diritto comparato obbliga a uscire da una certa autoreferenzialità costringendo tanto i sostenitori della differenziazione, quanto i suoi più convinti oppositori a confrontarsi con argomentazioni di più ampio respiro che hanno a che vedere con il complesso scenario delle prospettive del costituzionalismo democratico. Infatti, se pluralismo, tutela delle minoranze e contenimento del potere rappresentano i tre pilastri su cui si basa la democrazia costituzionale, bisognerà riconoscere che proprio in virtù di questi fondamenti il decentramento è divenuto uno dei marchi di fabbrica delle liberal-democrazie contemporanee. Ma bisognerà ammettere anche che, se decentrando intendiamo confrontarci con la democrazia costituzionale, è a un decentramento capace di (ac)cogliere le differenze che dobbiamo aspirare; a un decentramento, cioè, che sappia tradurre sul piano istituzionale l’asimmetria che caratterizza la realtà geografica, economica, sociale e culturale del vivere in comunità.
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